
Arrivare a Milano una mattina fredda col cappotto sbagliato. E vedere le strade vuote come fosse il primo giorno dopo la fine del Mondo. Salire in metro, intorno cose e persone. Tratti di matita netti e crudeli a disegnare tutto come in quei libri illustrati che lasciano poco spazio all'immaginazione (quella visiva, perlomeno). C'è il signore ben vestito con gli occhiali di un po' di tempo fa, la bionda che legge Sveva Casati Modigliani e che si porta appresso una pelle da ottantenne su un corpo da ventenne. E poi ci sei tu che scendi impacciata, tra una valigia e una borsa troppo pesanti. E ancora tu che fai il biglietto, tu che sali nell'ultimo vagone che poi più tardi sarà il primo. Tu che ti addormenti a Saronno e ti risvegli a Lomazzo con la paura di svegliarti troppo tardi (non sarebbe mica un dramma), col timore di essere guardata male da quella signora bionda che poco prima ti dava le spalle. Arriva Como Borghi mentre tu hai perso nel sonno un altro bel pezzo di tragitto. Di nuovo il freddo, la fatica, il tuo cappotto poco adatto alla situazione e un signore che poco più avanti dell'Esselunga in spudorata libertà piscia contro il muro. Vorresti ora recuperare quelle ore di sonno che regolarmente il solito viaggio ti ruba ogni tre o quattro mesi, invece ti ricordi che hai qualcosa di importante da fare e dall'altra parte c'è qualcuno che ce l'ha con te. Allora niente pisolino, si lavora alla figura di merda che domani ti avrà per protagonista.
Giunge il momento del riposo, ti fermi a pensare che sull'altra sponda il tuo amore è lontano, spesso anche con la mente. Gli uomini sono distratti, e io troppo buona.